Ciclo

È una notte senza luna,
divampa, buio, il sogno.
Sempre più ti ritrai,
ti sottrai alla misura, 
profondo il fondo, quasi 
irraggiungibile.
Il culmine del fondo.
Proviene da antichi lidi,
ne accarezza la linea
impossibile, estrema, oltre
la quale il salto, 
l'Epifania  ti lascia
accadere, attonita e cadere,
all'infinito, nell'infinito.
Contempli integrarsi
suono e silenzio, forme
policrome, veggenti forme
al limite dell'oblio e del
suo disincanto, permeato
di nostalgia.
Ti staccarono 
dalla Creatrice,
distogliendoti, 
con acuta pena,
dal suo nutrimento 
munifico, ma non esaustivo,
affine ma non identico. 
E prendesti congedo 
dall'abbandono al vuoto
per incarnarti, lancinante,
la materia del tuo essere 
fu profanata, allora.
Se non è speranza, non
è fede e la contesa 
dell'essere qui, ora, dentro
l'anima, senza aspettative,
estrema.

La vita è lacuna, divario,
sospensione di uno stato
perfetto la cui interruzione
è sacrilegio.
Parabola indecifrabile 
cui si tentò e con
maestria di dare senso.
Senza successo, 
insistendo sulla virtù 
complessa della sua
essenza. 
E a ragione.
Perché il silenzio
produsse il suono e
la sua malia?
E non dimorò silenzio?
Si chiude un ciclo,
si distrugge un ordine,
ne vengono concepiti
ulteriori che consacrano
l'antico codice, ricorrente,
dissimulato dalla
sua stessa simulazione. 
Cambia la veste, ma
la struttura interna fatica.
Perdura, si trasforma solo
per trarre in inganno
i beati, è giusta 
l'inclinazione anche 
se conduce all'inferno.
Condizione mirabile
per i più. 









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