Il governo delle cose

Trascendi il governo 
delle cose.
Lo decanta una poesia
tenera, ai margini più 
lontani, quelli che, 
nonostante gli aruspici
avessero dato responso
favorevole, mai 
si sarebbero avverati.
Così. 
Quando fosti archiviata 
nessuno vi fece caso,
nessuno indugio',
nessuno contemplo'
o espresse l' incanto
che ti aveva sottratta,
distratta e compresa in sé. 
Con te, altri. Da non si sa
dove.
Reliquie fragili ma
resistenti anche se
inutilizzate, il cui destino
sarebbe stato 
la rottamazione.
Indolore? Senza appello?
Sequenza terminale 
di un declino formalmente 
cortese, inavvertito
al suo inizio, in seguito
precipitoso, inarrestabile. 
Indolore? Perché troppo
acuta, tanto acuta da
dover essere attenuata,
per una sorta di 
compensazione, fino
alla totale scomparsa,
la sofferenza. 
L'avrebbe potuta calibrare,
misurare fino alla
profondità del suo essere
dolore, essenza 
intransitabile, 
una anestesia delicata,
la cui accuratezza
avrebbe sortito
un esito tra i migliori.
Non tanto per compassione quanto per non correre
il rischio che "altri" non
ascoltassero o vedessero,
reagendo al tuo o altrui
pianto in modo 
imprevedibile, difficile 
da controllare.
Il tuo modello è obsoleto.
Inconsolabile.
Non funzionale al qui 
ed ora.
Ma in futuro? Un futuro
ipotetico, ascrivibile
a circostanze favorevoli,
anche se improbabili?
Questa l'imperscrutabile
ragione dello spazio
temporale, senza data
di scadenza, intercorrente 
tra archiviazione e
rottamazione. 












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