Chi teme la Signora?
Nessuno le sfugge.
Con tocco maestro si
affaccia a finisterre,
impartisce giustizia
con misura,
lieve orchestrando
il gioco
delle ombre,
con riluttanza severa
richiama all'ordine,
dissolve trama e ordito,
si gingilla,
occulta prove a discarico,
fors'anche a carico,
il tessuto della vita
smembra, l'incanto,
riparazione dai dissensi,
cancellazione accurata
di ulteriori ipotesi
di fuga.
A remissione avvenuta
del tempo e della
casualità negata,
l'esazione del debito,
riconosciuta equa,
viene pagata
immancabilmente
espiando
la compassione
non concessa,
il perdono, questione
riguardante altri,
forse nessuno.
La bacchetta imperiosa
si protende, prolungamento
filiforme di volontà
inflessibile, flautata.
Che tu viva dieci, cento,
mille anni suo è
il trionfo.
Siamo ombre relitte,
finzione, il cui unico
senso,
insensatezza.
Parte seconda
Sopraggiunge indisturbata
e solitaria,
invincibile, muta,
cerimoniera elegante
avvezza ad elargire
enigmi e segreti
a profusione.
Intenta a comporre
squarci di identità
oblate,
a congiungere
opposte affinità
e dicotomie arcane
contempla
l'estrema Regina,
nutrice di silenzio,
il sogno
precipitare
mollemente
nell'abisso.
Parte terza
Cadde in un sonno
profondo
i cui confini
sfumano
velati rilievi,
indistinti
ma non confusi.
Di tratto in tratto
li penetra la veglia
transitando
circuiti
difesi dall'assenza,
plumbea estenuata
assenza
decorosa.
Umbratile dipana
la luce
il suo canto
mite
di sirena.
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