i piatti della bilancia

I piatti della bilancia 
sono due. Già questo 
pone un limite alla capacita
di misura, ma non 
impedisce che 
uno dei due propenda.
Ovvero penda in misura
smisurata rispetto all'altro.
Il piatto prediletto è 
oggetto di un carico 
talmente eccessivo che 
molto, molto spesso 
la bilancia, ritenendo inaccettabile
questa sperequazione,
indebita, si spezza.
Ogni forma è animata,
latrice di reticenza,
di talento, non riconosciuto
peraltro, di una memoria,
 incompleta ma esauriente,
di tutto cio che è avvenuto, 
di ogni accadimento presente
ma anche di un semplice 
progetto o incantesimo
di non comparabile bellezza.
La questione più dibattuta
tra i frammenti di questa
catastrofica rottura è 
semplice.
Cosa desidera veramente
Dio?
Astratto da una condizione
sublime e condotto 
" tra noi". Una sorta di
partenogenesi perfetta  
 tuttavia sofferente. 
Elusiva ai
suoi albori, accolta
con rigore innamorato.
Dove fu collocato, Dio,
tratto da recessi
che nessuno, in teoria,
avrebbe mai dovuto
scoprire, e se scoperti,
mai avrebbe dovuto 
prendersi l'arbitro di
rivelare?
Fu forse liberato da una
prigione alla quale mai
avrebbe voluto essere
sottratto?
Dio fu liberato da quella
reliquia casta, con cautela,
da catene d' ombra,
nella quale risuonano
accordi celesti, 
perennemente incastonati 
in un diapason puro,
sospeso tra finiti mondi,
allo scopo di chiarire 
il dilemma 
sulla natura umana.
Come conciliare 
la natura umana
con L'Utopia che
la vuole diversa da sé?
"Il soliloquio cade
  nel fondo, a corpo
  morto, con ardore
  devozionale, senza 
  lasciare traccia, come
  consuetudine 
  vuole."

Immagine fotografica di
Filiz Inceoglu





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