Caduta libera

Una faglia si aprirà ad inghiottire.
Con premura vorace. Non ci sarà un ritorno, non più. E non sarà concesso un nuovo inizio, un finale inglorioso, un epilogo, definizione perfetta. 
Del vento la deriva odorosa tocca 
sfere di vita inanimata, contiene
l'infinito punto di fuga, noli me
tangere, pudica forma, galleria celeste.
Mi condurrà ove lo spazio è più 
profondo e luce e buio coincideranno.
Indaco, se vuoi immaginarne il senso,
è il suo colore, diapason sonoro, peana muta la sua eco.
Emula prole di Baccanti addormentate
e Satiri cornuti, illune il loro tempo,
perdendosi anelli di vento e cuspidi solenni, intente in preghiera.
Il senso, irreparabile, gioca con nubi
e spere volatili e delicate ombre, 
proiezione del nulla.
La pienezza del vuoto è incolmabile. 
È Ombra l'anima reale delle cose, 
forme, corpi oscuri a
mascherare al dolente il suo dolore. Inerte.
Secretato l'inconsistere, ci lascia,  fuggevole, sfuggente,
ci lascia, in preda all'angoscia,
contemplarla svanire, sgomenti, 
per non compatire, Anima. Non avere compianto.
E il mondo guarda, senza vedere. 
Vetro soffiato
Mi scopersi a soffiare nel vetro,
opalescenza iridea, falena giramondo,
nana piena di grazia nelle proporzioni, immersa in opera sublime, decrittare
sogni, dall'oscurita' tratti con dita inquisitrici, sia pure gentili.
Bambagia soffice, innervata di 
piume, colmava il nido. 
In ascolto del palpitare, di un pulsar lento, ai confini dell'immaginario suono di un verginale, prezioso museale il diaframma tra sé e sé. 
Relitto.
La nana non era umana. Neppure stella tra stelle a trapuntare la
volta, né danzava una antica liturgia
dissepolta. Si delineo', 
semplicemente, palmata di rosso 
cremisi. Era una nana muta.
Soffiammo, insieme, discepole di nessuno, nel vetro l'anima
 partecipe.
 Si incrino' nella caduta, 
liberandosi.
 Si libro ', ma i frammenti 
non saranno reperiti.
La fine dell'era dell'uomo sarà la 
fine del dolore. 




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